Ci sono storie in cui il dolore non arriva una volta sola. Storie in cui infertilità e lutto perinatale si sovrappongono, si moltiplicano, si mescolano in un vissuto complesso che spesso rimane nell’ombra — non raccontato, non elaborato, non curato.
Un dolore doppio, spesso invisibile
Quando una coppia affronta una diagnosi di infertilità e intraprende un percorso di procreazione medicalmente assistita (PMA), si confronta già con un primo lutto: il lutto per un corpo che non funziona come ci si aspettava, per un sogno che si incrina, per una naturalezza che non c’è stata.
Se a questo si aggiunge la perdita di una gravidanza — un aborto spontaneo, una interruzione, un bambino che non ce la fa — il dolore si stratifica. Si parla allora di un doppio lutto: quello per il corpo, e quello per il bambino perso.
Il peso del tabù
A rendere tutto più difficile c’è il silenzio. Anzi, i silenzi — perché in queste storie i tabù sono spesso più di uno:
- Il tabù dell’infertilità, ancora oggi vissuta con vergogna e senso di inadeguatezza
- Il tabù della PMA, un percorso che molte coppie affrontano in segreto
- Il tabù del lutto perinatale, una perdita che la società stenta ancora a riconoscere come tale
Tutti questi strati di silenzio si sovrappongono, e il dolore rimane intrappolato all’interno. Non trova spazio per essere comunicato, elaborato, vissuto. La ferita resta aperta.
Cosa può fare la psicologia perinatale
La psicologia perinatale non è una cura per l’infertilità. Non può sostituire un trattamento medico, né evitare che una perdita si ripeta. Ma può fare qualcosa di altrettanto importante: prendersi cura del dolore che queste esperienze lasciano, e della paura per ciò che potrebbe venire.
Uno psicologo formato in psicologia perinatale può offrirti uno spazio in cui il tuo dolore — tutto il tuo dolore, anche quello che hai tenuto nascosto — possa finalmente essere detto, ascoltato e accolto. Senza giudizio, senza fretta, senza dover sembrare forte.
Se stai attraversando o hai attraversato questa esperienza, sappi che non sei sola. E che chiedere supporto non è debolezza: è il primo atto di cura verso te stessa.

