Bambino immaginato e bambino reale: il passaggio che ogni genitore deve attraversare

bambino immaginato e bambino reale

Ancora prima che una gravidanza inizi, nella mente di ogni futura madre prende forma un bambino. Un bambino immaginato: con un viso, un carattere, un modo di essere. Un bambino verso cui si costruiscono aspettative, fantasie, un legame anticipato che cresce insieme al desiderio di diventare genitore.

Poi arriva il bambino reale.

Quando il bambino immaginato incontra quello reale

Nella maggior parte dei casi, la distanza tra il bambino immaginato e il bambino reale è evidente fin dai primi giorni. Il carattere non è quello che ci si aspettava, i ritmi sono diversi, certi tratti sorprendono o disorientano.

Per molti genitori questo passaggio avviene in modo abbastanza naturale — una sorpresa, magari qualche momento di spaesamento, ma poi il legame si costruisce con il bambino che c’è davvero. Per altri, soprattutto quando il bambino ha un temperamento particolarmente difficile o quando questo momento si intreccia con altre fonti di stress, l’impatto può essere più duro. Le aspettative di armonia e serenità post partum si scontrano con una realtà molto diversa, e questo può generare frustrazione, senso di inadeguatezza e momenti di vera crisi.

Il percorso delle madri non biologiche: un doppio lutto

Quando la genitorialità arriva attraverso l’adozione, l’affidamento o l’ingresso nella vita di bambini già nati da una precedente relazione del partner, il processo di incontro tra bambino immaginato e bambino reale si complica ulteriormente.

Non si tratta solo di lasciare andare il bambino fantasticato. In molti casi — soprattutto quando la genitorialità non biologica arriva dopo esperienze dolorose come l’infertilità, trattamenti di PMA falliti o adozioni non andate a buon fine — c’è anche un’altra immagine da abbandonare: quella di sé come genitore, così come la si era sempre sognata.

Prima di poter vivere pienamente e serenamente la nuova esperienza, spesso è necessario elaborare uno o più lutti: per il figlio biologico che non è arrivato, per il percorso immaginato che non si è realizzato, per la versione di sé che si era costruita nel tempo.

Il bambino reale porta con sé la sua storia

C’è un’altra complessità, spesso sottovalutata: il bambino reale che entra in una famiglia non biologica porta con sé la propria storia. Esperienze pregresse di dolore, abbandono o instabilità possono rendere difficile la costruzione del legame con la nuova famiglia. Caratteristiche temperamentali, abitudini, tratti culturali — soprattutto nei casi di adozioni internazionali o di bambini non adottati da piccolissimi — possono amplificare la sensazione di distanza.

Ignorare queste complessità non le fa sparire. La paura dei pregiudizi, la pressione di dover essere “finalmente felici” dopo aver tanto lottato, la difficoltà ad ammettere che il legame non è immediato e scontato: tutto questo può portare i genitori a non prendersi cura di ciò che davvero sta accadendo — con conseguenze sulla relazione e sul benessere di tutta la famiglia.

Prendersi cura del genitore reale e del bambino reale

Il legame di attaccamento tra madre non biologica e bambino non si costruisce automaticamente — si coltiva, si sostiene, si nutre di consapevolezza e di cura. Riconoscere le difficoltà, dare spazio alle emozioni complesse, chiedere supporto a un professionista esperto di psicologia perinatale e dello sviluppo: questi sono atti di amore verso se stessi e verso il proprio bambino.

Il percorso non deve essere affrontato da soli. E riconoscere che qualcosa è difficile non significa essere genitori inadeguati — significa essere genitori onesti, che si prendono davvero cura di ciò che stanno vivendo.

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