In tema di disturbi specifici dell’apprendimento si dibatte sempre più spesso, si critica l’eccesso di diagnosi da una parte e la diagnosi tardiva dall’altro.
La ricerca scientifica ha dimostrato la prevalenza e l’incidenza di questo tipo di disturbo e le linee guida nazionali, dettate dalla consensus conference (2007), hanno stabilito le modalità per la diagnosi e la pratica clinica ( http://www.lineeguidadsa.it/download_documentiDSA/download.php). Per questo, in teoria, i luoghi comuni dovrebbero avere poca voce in capitolo e passare inosservati. Ma, come spesso accade, questa non è la realtà.
A chi serve la diagnosi di DSA (disturbo specifico dell’apprendimento)?
Serve al bambino in parte, ed è molto utile per genitori e insegnanti.
La diagnosi non è solo un’etichetta, non deve essere utilizzata per emettere una sorta di “condanna” per il bambino/ragazzo/ adulto.
Partiamo dal presupposto che coloro a cui si diagnostica un DSA hanno necessariamente un’intelligenza nella norma e una difficoltà specifica in una determinata abilità (lettura, ortografia, grafia, calcolo, …).
Sapere di cosa si sta parlando significa riconoscere al bambino le difficoltà oggettive che vive, fornirgli gli strumenti compensativi o dispensativi che gli sono utili, evitare di accanirsi con interventi, esercizi inutili, frustranti e umilianti, mettere a frutto tutte le potenzialità della sua intelligenza, che con le giuste strategie può essere coltivata al massimo, metterlo al pari degli altri bambini, preservare e incrementare la sua motivazione allo studio, evitare fenomeni come abbandono scolastico e difficoltà relazionali a scuola.
Lo psicologo che si occupa di disturbi specifici di apprendimento, oltre a fornire una diagnosi adeguata e la giusta riabilitazione, sostiene gli insegnanti e i genitori fornendo loro delle linee guida e delle strategie per sostenere al massimo il bambino con DSA. In più lavora sui risvolti emotivi che questa condizione può portare, contenendo le conseguenze negative e intervenire sull’autostima e sull’autoefficacia dell’alunno.
Ignorare questa condizione, invece, può avere delle conseguenze molto poco piacevoli per il ragazzo.

