Una diagnosi di anomalia fetale si scaglia come un fulmine a ciel sereno nella storia, spesso d’amore, tra una madre (una famiglia) e il suo bambino ancora in grembo.
La diffusione di screening prenatali, sempre più frequenti e sempre meno invasivi, ha portato alcuni membri della comunità scientifica ad interrogarsi sugli effetti psicologici che una tale diagnosi porta nel vissuto dei futuri genitori.

Pochi di loro sono preparati alla possibilità che il proprio bambino possa presentare difetti genetici o strutturali, sebbene ogni gravidanza comporti circa il 3% di rischio che essi si verifichino (Hoyert ET al., 2006). Oltre all’incredulità per l’esito dei test prenatali, anche l’alto tasso di incertezza che ad essi si accompagna contribuisce al peso emotivo che tale diagnosi comporta per chi l’apprende. In più, a seguito di questo evento, è richiesto ai genitori di prendere una decisione, anche piuttosto celere, in merito alla gravidanza: interromperla volontariamente o portarla avanti?
Questo quadro fa intuire quanto sia necessario e utile un intervento di counseling psicologico e medico sia precedente alle attività di screening prenatale che durante la comunicazione dell’esito dei risultati, e ancora durante la fase decisionale e per alcuni mesi dopo la conclusione della gravidanza.
Gli esiti peggiori successivi ad una IVG (interruzione volontaria di gravidanza) sono quelli conseguenti, appunto, ad un aborto terapeutico, proprio perché in molti di questo casi la gravidanza era desiderata e l’IVG interrompe i sogni e i progetti fatti relativamente al nuovo nato, inoltre, molto forte, in questi casi, è il senso di colpa materno e paterno, i genitori sentono di essere venuti meno al proprio ruolo protettivo nei confronti del figlio (White-Van Mourik, Connor e Fergouson-Smith, 1992). L’aborto terapeutico comporta spesso lo svilupparsi di sintomi tipici del Disturbo Post-Traumatico da Stress e difficoltà nell’elaborazione del lutto.
Questa immensa sofferenza trova solitamente poco conforto da parte della società che tende ancora a nascondere e a non occuparsi di certe argomentazioni. La coppia, inoltre, può risentire di difficoltà comunicative, dato che di consueto, donne e uomini tendono a vivere il dolore e ad esprimerlo in maniera differente e questa differente modalità potrebbe creare distanza relazionale nella coppia.

In questi casi, sono necessari interventi di supporto psicologico che permettano ai pazienti di accettare e ricontestualizzare, dando legittimazione alla propria esperienza, creando una narrazione integrata della propria storia, cancellando la stigmatizzazione dell’aborto e fornendo risorse e strategie anche a coloro che, nonostante tutto, decidono di portare avanti la gravidanza.
Fonte:
Quadrato R.M., Grussu P., (2018)Psicologia Clinica Perinatale, Erickson.
